Camel Trophy, basta la parola

45 anni fa la prima edizione.

Da 45 anni, dal 1980 ad oggi, il Camel Trophy è stato – e probabilmente è ancora – il simbolo dell’avventura a quattro ruote. Forse non è stata, come si è comunemente portati a credere, una delle più dure competizioni per fuoristrada del mondo, ma è stata certamente una delle più famose. Anche perché alla sua base c’era un programma di marketing, esploso a livello globale che ha fatto diventare il Camel Trophy un marchio universalmente noto ed ambito, come testimonia fra l’altro anche la creazione di una fortunata linea di merchandising.

Questo famoso programma globale nacque quasi per caso quando, alla fine degli Anni Settanta, un gruppo di appassionati fuoristradisti tedeschi ottenne dalla Reynolds Tobacco (proprietaria del marchio Camel) una sponsorizzazione per percorrere con tre Jeep CJ6 la Transamazzonica: 1.600 chilometri da Belém a Santarém in 12 giorni. Mentre alcune grandi multinazionali del tabacco, non potendo più reclamizzare direttamente i loro prodotti, investivano somme sempre più importanti nell’automobilismo e nel motociclismo, la Reynolds si ritrovò quasi per caso tra le mani e ad un costo nettamente inferiore il mondo dell’avventura e del 4×4. Nasce così il Camel Trophy.

Entra in gioco la Land Rover

E’ così che quando, dopo la prima edizione, si cominciò a pensare alla seconda ci si rese conto che la Jeep era forse una soluzione un po’ scontata. Al contrario vedere uno status symbol come l’elegante Range Rover sporcarsi la carrozzeria nella giungla tropicale, anziché esibirla lungo le vie del centro città, avrebbe colpito certamente l’immaginazione del grande del pubblico. E forse, aggiungiamo noi, sarebbe stato ancora più in linea con l’immagine del marchio.

Non immaginando la possibilità di un’azione di co-marketing con la Land Rover, la Reynold non coinvolse inizialmente la Casa inglese come “partner”, ma come semplice fornitore. Per la Land Rover che si ritrovò così, quasi gratuitamente, al centro di un grande programma di marketing era un affare che si rivelerà colossale. La divisione Special Vehicles allestì una serie di speciali Range verniciate nella classica livrea gialla della Camel, le modificà per affrontare la sfida e le attrezzà con una gamma di equipaggiamenti “ad hoc”. Da allora allestirà per il Camel Trophy qualcosa come 450 veicoli speciali.

Vittorie italiane

Nel 1981 cinque Range Rover, guidate da equipaggi tedeschi, attraversarono così la giungla di Sumatra. Fu un successo. L’anno dopo il Camel Trophy cominciò ad assumere la dimensione internazionale: squadre di quattro nazioni (Olanda, Italia, Stati Uniti e Germania Ovest) a bordo di altrettante Range Rover si sfidano nella giungla di Papua Nuova Guinea. Si impose l’equipaggio italiano formato da Cesare Giraudo e da Giuliano Giongo. In Italia, il Camel Trophy divenne un fenomeno mediatico che fu ulteriormente rafforzato dalle successive vittorie di Maurizio Levi ed Alfredo Radaelli (Brasile 1984) e di Mauro Miele e Vincenzo Tota (Madagascar 1987).

Vittima di sé stesso

Da questo momento il Camel Trophy fece il giro del mondo facendo scoprire zone del pianeta sconosciute ai più e portando in gara i nuovi modelli Land Rover. Con il passare degli anni però il Camel Trophy fu però vittima del suo stesso successo. La voglia di gigantismo che portò, ad esempio, all’organizzazione di lunghe, poco comprensibili e soprattutto costose selezioni nazionali, l’introduzione nel 1997 di prove a carattere multidisciplinare (kayak, orienteering, montain-bike, free-climbing, ecc), la soppressione dei percorsi off-road più impegnativi sottrassero progressivamente alla manifestazione lo spirito originale incentrato sulla guida fuoristrada che ne aveva decretato il successo. Calò così anche l’entusiasmo della Land Rover che dopo l’edizione del 1998 abbandona il Camel Trophy.

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