Dalla materia alla velocità

A Firenze, il percorso della mostra “Gli scultori della velocità e il sogno di Leonardo da Vinci” si chiude con le opere di Enrico Ghinato: un’esposizione che trasforma il ferro, la carrozzeria e l’automobile in memoria pittorica.

C’è un momento, nella storia dell’automobile italiana in cui la tecnica smette di essere soltanto funzione e diventa forma. È il momento in cui il metallo viene modellato dalla mano dell’uomo, quando il foglio di alluminio o di acciaio prende tensione, volume, luce. È lì che nasce la carrozzeria italiana del Novecento ed è proprio da questa idea che prende avvio la mostra Gli scultori della velocità e il sogno di Leonardo da Vinci, allestita a Firenze nelle sale di Palazzo Medici Riccardi fino al 28 Giugno 2026.

L’esposizione racconta il rapporto tra artigianato, design e costruzione della forma automobilistica, partendo dal gesto originario del battilastra e dalla cultura manifatturiera italiana. Un percorso che trova la sua conclusione ideale nelle opere di Enrico #Ghinato, artista da anni legato al mondo dell’automobile storica e della memoria visiva del motorismo europeo.

È proprio attorno al tema della materia e della genesi della forma che si sviluppa una delle opere centrali della mostra: La Genesi. Un quadro nato, come racconta lo stesso Ghinato, direttamente dal concept dell’esposizione fiorentina.

“Dopo aver delineato i filoni ho martellato la carrozzeria con il pennello”: una frase che sintetizza perfettamente il senso del suo lavoro. Prima la materia grezza, i filoni metallici, la struttura originaria; poi la trasformazione, il gesto, la superficie che prende vita. La carrozzeria non è soltanto rappresentata: sembra emergere dalla stessa energia plastica del ferro.

La carrozzeria come gesto culturale

La forza della mostra fiorentina sta proprio nell’aver riportato al centro una dimensione spesso dimenticata dell’automobile storica: quella artigianale. Prima del design industriale e delle piattaforme globali, l’automobile italiana nasce infatti nelle officine dei carrozzieri, tra martelli, dime in legno e fogli di alluminio modellati a mano. Touring, Zagato, Scaglietti, Fantuzzi, Vignale o Bertone appartengono a una tradizione che dialoga con la scultura molto più di quanto oggi si tenda a ricordare.

Il lavoro di Ghinato si inserisce perfettamente in questo contesto perché non interpreta l’automobile come semplice oggetto tecnico o iconico, ma come materia culturale. Le sue opere — prevalentemente olii su tela — non cercano infatti la riproduzione sterile della vettura. Piuttosto, ricostruiscono atmosfera, tensione e memoria. Ferrari, Maserati, Bugatti diventano così superfici vive, immerse in una luce che richiama tanto le officine quanto le fotografie storiche delle grandi corse europee.

Oltre l’etichetta dell’iperrealismo

Osservando le opere di Ghinato, il riferimento all’iperrealismo potrebbe apparire immediato. Ma l’artista prende nettamente le distanze da ogni classificazione rigida. «In realtà non seguo nessun tipo di movimento in particolare, io dipingo così da sempre, casomai è il movimento artistico iperrealista che in qualche modo segue me anche se io non mi definisco in nessun modo e tantomeno iperrealista».

È una precisazione importante, perché aiuta a comprendere come il centro del suo lavoro non sia la semplice precisione tecnica. La componente fotografica o il dettaglio non rappresentano il fine ultimo dell’opera, ma uno strumento per arrivare a qualcosa di più atmosferico e mentale.

Ed è forse proprio questa dimensione a rendere il suo lavoro particolarmente coerente con il mondo dell’automobile storica contemporanea, sempre più orientato verso la lettura culturale degli oggetti e non soltanto verso la loro conservazione materiale.

Un processo mentale prima ancora che pittorico

Nel racconto dell’artista emerge infatti una metodologia estremamente intuitiva e diretta, distante dall’idea di costruzione accademica dell’opera. «Il processo è prima di tutto mentale, un pensiero od un’immagine che vedo o che torna a mente. In un secondo tempo lavoro su mie immagini fotografiche che mi consentono di realizzare una composizione. Non è un vero e proprio schema, ma penso a queste cose, metodologie o cose simili; l’approccio è sempre molto veloce ed immediato, se non si concretizza entro un giorno o due, di solito lo abbandono e passo ad altro».

Questa immediatezza si percepisce chiaramente anche nelle opere esposte a Firenze. Pur partendo da una costruzione figurativa rigorosa, i quadri mantengono sempre una componente emotiva e dinamica. La velocità non è soltanto il soggetto rappresentato: diventa ritmo compositivo, tensione luminosa, memoria visiva.

Firenze e la nuova dimensione culturale dell’auto storica

Che una mostra di questo tipo trovi spazio proprio a Firenze assume un significato particolare. La città rappresenta uno dei luoghi simbolici del rapporto italiano tra arte, manifattura e cultura della forma. Inserire l’automobile storica in questo contesto significa riconoscerle una dignità diversa: non soltanto tecnica o collezionistica, ma storica e culturale.

È una trasformazione ormai evidente anche nel mondo del collezionismo. Oggi il valore di una vettura non dipende soltanto da rarità, prestazioni o pedigree sportivo. Conta sempre di più la capacità di raccontare un’epoca, un linguaggio stilistico, una cultura industriale.

In questo scenario, il lavoro di artisti come Enrico Ghinato contribuisce a costruire un immaginario contemporaneo dell’automobile storica italiana. Non attraverso la nostalgia, ma attraverso la capacità di trasformare la materia — il ferro, la carrozzeria, la luce — in racconto visivo. Ed è forse proprio qui che il dialogo tra arte e automobile trova il suo significato più autentico: nel passaggio dalla meccanica alla memoria.

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