60 anni di stile italiano. La spider firmata Pininfarina che trasformò l’Alfa Romeo in un simbolo di libertà.
Sto camminando sotto casa, quando vedo qualcosa che mi fa fermare di colpo. Parcheggiata tra l’ordinario del traffico quotidiano, c’è una #Alfa Romeo Duetto. E’ bianca, pulita, perfetta. Non è solo una macchina: sembra uscita da un sogno lucido degli Aanni Sessanta. Accanto, un signore sulla settantina. Non la tocca, non la fotografa. La guarda con uno sguardo incantato, come se la macchina gli stesse parlando. Mi avvicino e sottovoce dico: «È ancora bellissima. E pensare che con mia sorella avevamo partecipato al concorso per darle un nome…». Lui mi sente, si volta e sorride. «Anch’io. Avevo scritto Puma». Ci mettiamo a parlare. Basta quella spider per far partire il racconto.
Quell’Italia del 1966 e la cartolina su #Quattroruote. Avevo 14 anni. E Quattroruote era per me più di una rivista: era la mia finestra sul mondo. La leggevo come altri leggevano il catechismo. Quando l’Alfa Romeo annunciò il concorso per battezzare la sua nuova spider, non ci pensai due volte. Compilai la cartolina. Scrissi “Pinguino”. Mi sembrava un nome elegante e originale, con un tocco leggero.
Non vinse. Vinse “Duetto”. O meglio: fu uno dei più proposti ed il vincitore fu estratto a sorte. Il nome piacque anche in Alfa Romeo, ma non poté essere registrato: era già un marchio della Pavesi per un biscotto. Poco male: per tutti, da allora, è sempre rimasta la Duetto.

Viene presentata dall’Alfa Romeo al Salone di Ginevra, il 10 marzo 1966. Il pubblico rimase colpito: non solo per la linea, ma per l’equilibrio generale.
Disegnata da #Pininfarina, ra stata definita dalla stessa casa “Osso di seppia” per via della forma affusolata, continua, quasi organica. Nessuna coda tronca, nessun taglio netto: la parte posteriore si rastrema in modo naturale, senza interruzioni. Una linea da disegno tecnico e poesia insieme.
La base era la #Giulia, ma con un vestito nuovo. Il motore era il collaudato 1.600 bialbero da 110 CVi, con cambio a 5 marce e trazione posteriore. Ma la cosa che colpisce nos sono i numeri: è la sensazione di guida, la leggerezza, l’equilibrio. Era una macchina da guidare con le mani e con la schiena. E poi c’era quel suono: non un rombo aggressivo, ma un’armonia inconfondibile.
Nel 1966 l’Italia era un Paese che correva. L’#Autostrada del Sole univa nord e sud, le famiglie facevano le prime vacanze in macchina, E le spider diventavano accessibili. La Duetto era una macchina “libera”: non era per portare la spesa, non era da ufficio. Erada fuga, da week-end, da sogni.
Guidarla era una dichiarazione. Come dire: ho scelto la bellezza.
Poi arrivò #Hollywood. Nel 1967, la consacrazione definitiva con “Il laureato” (The Graduate). Un giovane #Dustin Hoffman, perso e in fuga, guidava una Duetto rossa lungo le strade della California. C’era una scena — quella in cui correva per fermare un matrimonio — in cui la macchina sembrava sudare insieme al protagonista. La Duetto non è solo un’auto. È un personaggio.
Sono passati sessant’anni da quel lancio a Ginevra. Ma chi si ferma a guardarla — come me e quel signore stamattina — non sta guardando un oggetto. Sta guardando un’emozione fissata nella lamiera. E se ogni tanto, qualcuno confessa di aver partecipato a quel concorso del 1966, con la sua cartolina e la sua proposta… …beh, io glielo dico sempre con un mezzo sorriso: «Anch’io. Avevo scritto Pinguino».
