Storie DS: dieci incontri dedicati alla storia per riscoprire aneddoti curiosi, eventi socioculturali e approfondire i valori e le eccellenze progettuali che da sempre definiscono il marchio francese.
Perchè la DS è la “Dea” delle automobili? Gli appassionati del marchio direbbero che questa è una domanda per principianti: non vi è nella storia dell’automobile niente che le si avvicini in fatto di innovazione, tecnologia e qualità stradali.
Alla sua presentazione, la “Dea” era la prima auto al mondo con i freni a disco (solo Jaguar li aveva utilizzati pochi mesi prima, ma a Le Mans e su un prototipo da competizione). Era la prima auto europea con servosterzo e freni a disco anteriori di serie a cui aggiungeva sospensione idropneumatica autolivellante, cambio e frizione servoassistiti e tutto con lo stesso circuito. Era bellissima ed aerodinamica (merito del designer varesino Flaminio #Bertoni e dell’ingegner André #Lefebvre che stabilì le linee guida del progetto).
Nel giorno in cui fu presentata, solo al Salone di Parigi ne furono vendute 12.000 (749 in 45 minuti) che diventarono 80.000 alla fine del “Salon”. Fu prodotta e venduta in un milione e mezzo di esemplari in ogni angolo del pianeta: ce ne sono in Giappone, negli Stati Uniti, in Sud Africa e persino in quella che fu l’Unione Sovietica, dove lo stesso Jurij #Gagarin nel 1961 ne guidava una.
E’ stata l’auto di capi di Stato come #De Gaulle, che ne fece una bandiera, ma anche di cantanti rock, divi e registi del cinema: Orson #Welles ne aveva una e Francis #Ford Coppola tutt’oggi non si separa dalle sue due berline DS che lo accompagnano tra i viali degli studios di Hollywood.

Il designer italiano artefice dell’estetica
Varesino, classe 1903, Flaminio Bertoni aveva 22 anni quando nell’Aprile 1925 si presentò davanti ad André Citroën, esibendo il suo brevetto per un “saliscendi pneumatico per i finestrini delle automobili”. Nonostante il suo pessimo francese, Bertoni fu assunto all’istante ed iniziò una prima esperienza presso il Double Chevron. Soddisfatto di quanto aveva imparato in Francia, rientrò a Varese dove, nel 1929, aprì un suo studio di progettazione ed iniziò a disegnare carrozzerie. Parallelamente, Flaminio portava avanti la sua attività preferita: dipingeva, ma soprattutto scolpiva. Questa era la sua autentica passione, l’arte e le forme, in particolare quelle della natura che venerava come una Dea Madre e che influenzerà direttamente il suo lavoro di stilista.
Due anni più tardi, nell’Ottobre 1931, decise di tornare in Francia con la compagna che diverrà subito la sua prima moglie. Nel Giugno 1932, bussò ancora alle porte di André Citroën che lo assunse nuovamente, incaricandolo di modernizzare le linee delle sue automobili che in quegli anni si rifacevano (forse troppo) alla scuola americana.
Il suo primo lavoro importante fu la Traction Avant modellata sulla creta ispirandosi all’eleganza di un cigno, sarà poi la volta di 2CV scolpita con legno e gesso, un capolavoro dove l’essenziale si unisce alla praticità. Nel 1938, con la VGD (Voiture Grand Diffusion, la futura DS) arriva il “progetto della vita” un’auto nuova, nuovissima, tanto che la direttiva fu “partite da un foglio bianco” e fu così che l’auto del futuro, tanto da essere definita 20 anni avanti rispetto alle concorrenti fu disegnata ispirandosi alla forma di un pesce: leggera, aerodinamica, luminosa e dalle linee filanti.
Un nome che è un manifesto
Mentre il progetto VGD prende forma si pensa al nome della futura ammiraglia, come per tutte le vetture Citroën deve essere evocativo: TA per Traction Avant (trazione anteriore), 2CV per la piccola di casa (la sua potenza era di soli 2CV fiscali) per la VGD si era pensato a Gazelle per evocare leggerezza e potenza allo stesso tempo poi arrivò… DS che, se lo pronunci in francese, è tutta un’altra cosa: DéeSse ovvero “dea”, la dea delle automobili!
Se per la carrozzeria il lavoro procedeva spedito, così non era per lo stile interno dove Bertoni trovava maggior difficoltà nell’impostare un progetto coerente con la linea esterna.
L’azienda era in difficoltà: mancavano pochi mesi alla data del lancio e la futura ammiraglia non aveva ancora un cruscotto. Fu presa allora la decisione di affidare ad uno stilista esterno all’azienda il compito di modellare la plancia di bordo, tale Robert #Michel, professore di design alla prestigiosa scuola delle arti e mestieri Boulle di Parigi. Si dice che fosse la bestia nera di Bertoni: all’opposto del piccolo italiano, Michel disegnava oggetti dal gusto squisitamente classico.
Il luogo indicato da Citroën per la presentazione della plancia disegnata da Robert Michel fu il Centro Stile di Bertoni in rue du Théâtre. Com’era prevedibile, Robert Michel presentò un progetto estremamente classico, del tutto in linea con i cruscotti che corredavano le auto prodotte alla metà degli Anni ’50.
Fu allora che Bertoni spiazzò tutti con un teatrale colpo di scena: prima che qualcuno potesse commentare l’opera di Michel, Flaminio Bertoni disse «Aspettate! Ho qualcosa da mostrarvi» ed estrasse da una borsa un oggetto bellissimo, realizzato in due colori: blu e prugna, fatto di curve e linee tese, perfettamente integrate a quelle, spettacolari, della carrozzeria della futura DS.
Ovviamente la proposta dell’italiano fu accettata all’unanimità e la costruzione di questo componente fu affidata ad una ditta in Provenza, specializzata nelle materie plastiche.

Perché si trattava di nylon! La plancia della DS, lunga un metro e mezzo e pesante meno di 750 grammi era il più grande oggetto industriale in nylon, stampato in un solo pezzo. Rispondeva così a due fondamentali esigenze: essere sicura (collassabile in caso d’urto perché più fragile delle parti del corpo umano con cui entrava in contatto) e leggera. La DéeSse, la Dea, era finalmente pronta. Mancavano solo pochi giorni al Salone di Parigi dell’Ottobre 1955.
