Visibili oggi al museo Volkswagen di Wolfburg i prototipi dei potenziali successori del Maggiolino.
Dagli Anni ‘50 in poi a Wolfsburg in Germania, “patria” della Volkswagen Maggiolino, si respirava un’aria strana. Un mix di euforia e preoccupazione al tempo stesso. Il Maggiolino si continuava a vendere bene, anzi benissimo, in tutto il mondo. Era oggetto di continue migliorie, buona parte delle quali proposta proprio da una clientela particolarmente affezionata ed era l’unica auto ad avere ancor le pedane laterali. Ma… c’era un ma. Quel modello aveva ormai un mezzo secolo di primavere sulle spalle ed ai piani alti di Wolfsburg si cominciava a pensare a un’erede che l’affiancasse e in un certo senso ne raccogliesse l’eredità.
Heinrich #Nordhoff, numero uno della Volkswagen dal 1948, era molto attento nel valutare questa situazione, per cui teneva conto anche delle velate critiche che periodicamente riceveva dalla stampa specializzata tedesca da una parte e dall’importatore svizzero dall’altra che era particolarmente insistente nel giudicare il Maggiolino sempre più in difficoltà su un mercato così ricco ed esigente come quello elvetico.

Nel 1955-56 il centro studi aveva progettato la EA 47-12, disegnata da #Ghia, con linee che ricordavano la futura Karmann Ghia. Aveva un motore boxer di 1.192 cc da 30 CV raffreddato ad aria. In quello stesso 1955 fu la volta anche del prototipo EA 48, primo ad essere realizzato senza il contributo della Porsche. Era stato pensato come una city car con motore anteriore boxer a 2 cilindri da 700 cc raffreddato ad aria, trazione anteriore, scocca portante, sospensioni con schema McPherson ed una velocità massima di 95 km/ora circa.

Non lo sapeva ancora nessuno, ma quello era solo l’inizio di una lunga serie di modelli pensati per affiancarsi al Maggiolino ed in un secondo tempo sostituirlo. Prototipi poi inesorabilmente destinati a rimanere tali e che si possono ammirare ancor oggi nel museo di Wolfsburg.
