PROGETTO | Alla prova dei fatti

La simulazione prevede il comportamento. La realtà deve confermarlo.

Un’automobile può essere progettata al computer molto prima di esistere fisicamente. Le masse possono essere distribuite in un modello tridimensionale, le sospensioni studiate attraverso equazioni e simulazioni, il comportamento del telaio analizzato nelle diverse condizioni di marcia. Anche molti sistemi elettronici possono essere verificati prima che esista una vettura completa sulla quale installarli. È una delle trasformazioni più profonde avvenute nel modo di progettare un’automobile.

Per gran parte della storia dell’automobile, infatti, il progetto doveva arrivare rapidamente alla realtà fisica. Si disegnava, si costruiva un componente, si realizzava un prototipo e lo si provava. Se il comportamento non corrispondeva a quello desiderato, si modificava qualcosa e si ricominciava. La strada, il banco prova e il collaudatore erano parte integrante del processo di progettazione.

Oggi una parte di quel percorso può essere anticipata. Un modello matematico può descrivere il comportamento di una sospensione, di un sistema frenante o dell’intera dinamica della vettura. Modificando un parametro è possibile studiare come cambierebbe il comportamento senza dover necessariamente costruire ogni volta un nuovo componente. Si possono confrontare diverse soluzioni, individuare condizioni critiche e restringere il campo delle possibilità prima di arrivare al prototipo fisico. È il principio alla base dello sviluppo sempre più orientato alla simulazione e dei cosiddetti “digital twin”, modelli digitali utilizzati per rappresentare e studiare il comportamento del prodotto.

Ma qui c’è una distinzione fondamentale. Simulare non significa dimostrare che una vettura si comporterà esattamente in quel modo. Un modello è una rappresentazione della realtà. Può essere estremamente sofisticato, ma rimane una rappresentazione. La sua capacità predittiva dipende dalle ipotesi utilizzate, dalla qualità dei dati, dal livello di dettaglio e soprattutto dalla capacità di descrivere correttamente il fenomeno che si vuole studiare. Un risultato numerico molto preciso, quindi, non è necessariamente un risultato molto accurato.

Se, ad esempio, il modello del pneumatico non rappresenta correttamente il comportamento che stiamo studiando, aumentare la precisione del calcolo non renderà più affidabile il risultato. È la differenza tra la precisione con cui eseguiamo un calcolo e l’accuratezza con cui il modello rappresenta la realtà. Per questo la simulazione non elimina la prova fisica. La sposta, la riduce in alcune fasi, la rende più mirata e soprattutto la integra con altri strumenti. I modelli devono essere confrontati con dati sperimentali ed aggiornati quando emerge una differenza tra ciò che era stato previsto e ciò che accade realmente.

Nelle automobili di ieri il collaudo aveva quindi un peso enorme nello sviluppo. Gli strumenti di simulazione erano molto più limitati ed il comportamento della vettura doveva essere letto direttamente sul campo, spesso attraverso la sensibilità di piloti e collaudatori capaci di trasformare ciò che sentivano in informazioni utili agli ingegneri.

La Ferrari 275 GTB offre un esempio interessante di questo modo di lavorare. Presentata nel 1964, adottava una soluzione sofisticata per l’epoca: un V12 anteriore longitudinale abbinato a un cambio-differenziale posteriore, collegati da un albero di trasmissione. Le prime vetture evidenziarono problemi di allineamento e vibrazioni della trasmissione. Il progetto fu progressivamente modificato fino all’adozione del “torque tube” che rendeva più rigido il collegamento fra motore e transaxle e contribuiva a ridurre le vibrazioni.

La vettura reale, in questo caso, non era soltanto qualcosa da verificare alla fine del progetto. Era uno strumento attraverso il quale il progetto poteva imparare. Una vibrazione, una reazione inattesa, una tendenza della vettura potevano diventare un’informazione progettuale. Il collaudatore non si limitava a dire se l’automobile andava bene o male: doveva interpretare ciò che sentiva e trasformarlo in un’indicazione utile a chi avrebbe modificato il progetto.

Oggi quella stessa informazione può essere cercata molto prima. Una vibrazione può essere analizzata attraverso un modello, un comportamento può essere simulato e una soluzione può essere confrontata con molte altre prima ancora di costruire il primo prototipo. Ma il principio non è cambiato: quando previsione e realtà non coincidono, proprio quella differenza contiene un’informazione preziosa. È cambiato anche il significato del prototipo.

Un tempo era spesso uno degli strumenti principali attraverso i quali si scopriva come sarebbe stata la vettura. Oggi può arrivare in una fase nella quale molte caratteristiche sono già state esplorate virtualmente. Il veicolo reale diventa quindi anche uno strumento di correlazione: serve a verificare quanto il modello sia riuscito a rappresentare correttamente la realtà e a scoprire ciò che il modello non aveva previsto con sufficiente accuratezza.

Questo non significa che il collaudatore abbia perso importanza. Semmai, il suo lavoro è diventato più sofisticato. Una vettura reale non è soltanto la somma delle equazioni che la descrivono. Pneumatici, asfalto, temperature, tolleranze costruttive, deformazioni, giochi meccanici, elettronica e interazione con il guidatore introducono variabili che devono essere comprese nel comportamento complessivo. Alcune possono essere modellate con grande precisione; altre richiedono ancora dati sperimentali e confronto diretto con il mondo reale.

La tecnologia, quindi, non ha sostituito il percorso progetto → prototipo → prova. Lo ha trasformato in un ciclo più articolato. Si può progettare una soluzione virtualmente, simularla, verificarne il funzionamento attraverso modelli software, utilizzare hardware reale all’interno di ambienti simulati e infine portarla sul veicolo. Strumenti come l’”hardware-in-the-loop” permettono di inserire progressivamente elementi reali all’interno del processo virtuale, anticipando una parte delle verifiche e rendendo più selettive quelle che devono essere eseguite sulla vettura.

Il vantaggio è evidente. Alcune condizioni possono essere ripetute moltissime volte, altre possono essere studiate prima ancora di avere un prototipo funzionante e alcune situazioni difficili o rischiose da riprodurre su strada possono essere esplorate virtualmente. Ma più il modello diventa importante, più diventa importante sapere quanto ci si può fidare del modello. Ed è proprio qui che il progetto moderno incontra una delle sue sfide più interessanti: non basta costruire modelli sempre più complessi. Bisogna sapere quanto bene rappresentano ciò che vogliamo prevedere.

Nel progetto tradizionale il percorso poteva essere immaginato come una successione: progetto, prototipo, prova, modifica. Nel progetto moderno assomiglia sempre più a un ciclo: modello, simulazione, prova, confronto, aggiornamento del modello, nuova simulazione, nuova prova. Il mondo virtuale non sostituisce quello reale. E il mondo reale non rinuncia a quello virtuale. I due diventano parte dello stesso processo.

Questo cambia anche il mestiere del progettista. Non si tratta più soltanto di trovare una soluzione, ma di esplorare rapidamente molte possibilità, capire quali meritino di essere sviluppate e utilizzare la prova fisica per verificare se quelle scelte hanno prodotto davvero l’automobile immaginata. E alla fine torna il concetto da cui siamo partiti in questa serie.

Un’automobile nasce da compromessi. Il progetto stabilisce dove mettere le masse, come distribuirle, quale comportamento cercare e quale carattere dare alla vettura. Ma tutte queste decisioni devono poi incontrare la realtà. Perché sulla carta una sospensione può avere la rigidezza prevista, un modello può restituire il comportamento desiderato e una simulazione può confermare la bontà della soluzione.

Poi arriva la strada. Ed è ancora lì che l’automobile deve dimostrare di essere diventata ciò che il progetto aveva immaginato. Il modello può anticipare la prova.
Non può evitare il confronto con la realtà.

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