Ci sono auto che fanno la storia ed altre che diventano miti. La Ferrari Pinin, l’unica Ferrari a 4 porte mai realizzata, è entrambe le cose. Un esperimento audace, un capolavoro di design e ingegneria, un pezzo unico che, dopo 45 anni, continua ad affascinare appassionati e collezionisti di tutto il mondo.
Torino, 1980. Il Salone dell’Automobile è il palcoscenico scelto da Pininfarina per celebrare il suo 50esimo anniversario. Per l’occasione, Sergio Pininfarina vuole stupire il mondo con qualcosa di mai visto prima: una Ferrari a 4 porte. Un’idea rivoluzionaria, un paradosso per molti, ma anche una dimostrazione della capacità di Pininfarina di coniugare eleganza, sportività e innovazione.
Il progetto porta la firma di Leonardo Fioravanti, l’uomo dietro icone come la Daytona e la 308 GTB. Lavori che hanno come riferimenti operativi a Maranello Angelo Bellei e Sergio Scaglietti. Le linee sono fluide, affusolate, armoniose. Il frontale richiama le Ferrari dell’epoca, con fari a scomparsa e un’imponente calandra. Gli interni sono un tripudio di lusso e artigianalità, con pelle pregiata, finiture in legno e un’ergonomia studiata per esaltare il comfort senza tradire la sportività.
Sotto il cofano, la Pinin è pensata per ospitare un V12 da 5 litri, derivato dalla Ferrari 400i. Per volere di Enzo Ferrari, però l’auto resta un modello statico, un esercizio di stile destinato a rimanere un sogno. Il Drake, da sempre legato alla tradizione delle berlinette e delle granturismo a 2 porte, non vede futuro in un progetto del genere.
Dimenticata, ritrovata, rinata
Dopo il Salone di Torino, la Ferrari Pinin rischia di finire nell’oblio. Resta per anni nei magazzini di Pininfarina, fino a quando il collezionista belga Jacques Swaters, ex-pilota e storico importatore Ferrari, decide di acquistarla. Swaters è affascinato dalla sua unicità, ma la Pinin rimane ancora un mock-up statico, incapace di muoversi sulle proprie ruote.
Nel 2008, la svolta. Rossano Candrini, grande appassionato Ferrari e titolare della AutoSpeak, con grande lungimiranza se la aggiudica nel corso di un’asta tenutasi proprio a Maranello.
«Non c’è la siamo aggiudicata per un fatto di soldi, perché il nostro principale contendente era di sicuro finanziariamente più forte. Solo noi però avevamo a portata di mano progettisti, designer e maestranze specializzate capaci di trasformarla in una vera auto da strada, con tutti i sacri crismi Ferrari» sottolinea Candrini al termine dell’asta. Affida l’impresa a un nome leggendario: Mauro Forghieri, il geniale ingegnere dietro le vittorie Ferrari in Formula 1 negli Anni ‘70. Forghieri e la sua azienda, Oral Engineering, portano la Pinin in officina e la smontano pezzo per pezzo. Il telaio viene rinforzato, la meccanica adattata. Il cuore dell’auto diventa un V12 da 5 litri, derivato dalla Ferrari 512 BB, abbinato ad un cambio manuale. Il progetto richiede un anno e mezzo di lavoro, ma alla fine, nel 2010, la Ferrari Pinin accende il motore per la prima volta.
Un’icona senza tempo
Oggi, la Ferrari Pinin è un pezzo unico nella storia del Cavallino Rampante. Dopo la trasformazione, viene messa all’asta e acquistata nel 2017 dal collezionista Anthony Nobles, che la porta in California. Qui, la Pinin non è solo un’opera da museo: viene guidata sulle strade della Pacific Coast Highway, partecipa a eventi esclusivi come The Quail Motorsports Gathering e continua a essere ammirata da chiunque la veda.
A 45 anni dalla sua nascita, la Ferrari Pinin è più affascinante che mai. Rappresenta il coraggio di sperimentare, l’arte del design italiano e il fascino di un’idea visionaria che, contro ogni pronostico, è riuscita a diventare realtà. Un’auto che non sarebbe mai dovuta esistere, eppure esiste.
