La “Corvette Shark”

Nel 1968 faceva la sua prima generazione Corvette disponibile anche con un tetto rigido asportabile T-Top. Pace-car alla 500 Miglia di Indianapolis.

E’ la Corvette esteticamente più aggressiva. Quella prodotta sia con i “piccoli” V8 Small Block di 5.300-5.800 cc che con i poderosi V8 Big Block di 7.000-7.400 cc. Ed anche quella più prodotta nel maggior numero di esemplari (542.861 dal 1968 al 1982) e che ha attraversato importanti cambiamenti. Introdotta sul mercato nel 1968, la Corvette C3 era stata impostata tre anni prima – quando la seconda generazione della granturismo americana si avviava a raggiungere l’apice del successo – come diretta conseguenza di precise esigenze commerciali. Negli Stati Uniti stavano infatti per entrare in vigore le prime leggi federali in fatto di consumi, emissioni e sicurezza. In General Motors si decise pertanto che fosse più conveniente sviluppare una nuova generazione piuttosto che intervenire sul modello già esistente.

C’erano poi altri aspetti da considerare. Erano gli anni delle “muscle car” (vetture a 2 porte con motori V8 capaci di alte prestazioni) e la loro crescente diffusione metteva in crisi una sportiva tradizionale come Corvette visto che, oltre ad essere performanti, erano più spaziose ed economiche. Come se non bastasse dall’Europa arrivavano nuove automobili sportive, indubbiamente più costose, ma tecnicamente più sofisticate della C2 che veniva così a trovarsi fra l’incudine e il martello. Nacque così la cosiddetta “Corvette Shark”, successivamente ribattezzata Stingray (questa volta scritto in una parola sola) che si ispirava alla concept car Mako Shark II e che anticipava la Opel GT, non a caso soprannominata “piccola Corvette”. «Se osservate una bottiglia di Coca Cola, noterete subito come, dopo aver raggiunto la sua massima larghezza, la sua forma si restringe improvvisamente per allargarsi di nuovo. Ora immaginate che all’apertura della bottiglia corrisponda il frontale della nostra automobile ed alla sua base la parte posteriore» spiegava con orgoglio David R. Holls ai dirigenti di General Motors, presentando i concetti stilistici che ispirano la linea della terza generazione Corvette. «Per la regola delle aree di Whitcomb, un aumento ed una successiva riduzione graduale della sezione, permette di contenere la resistenza aerodinamica. Abbiamo applicato questo concetto alla nuova Corvette inserendo una rientranza nelle fiancate subito prima dei parafanghi posteriori».

La forma sinuosa e personale della Corvette C3 era la concretizzazione di quanto espresso con la Mako Shark II, a cominciare dalle sue linee forti ed arrotondate, ma soprattutto dalle fiancate che si restringevano in corrispondenza dei passaruota posteriori, ricordando la forma della bottiglietta della Coca Cola, cosa che ancora oggi vale alle C3 il soprannome di “Coca Cola Corvette”.

Tetto T-Top

Come per la Mako Shark II, anche per la Corvette C3 era previsto un tetto asportabile T-Top (simile, per intenderci, a quello introdotto dalla Porsche 911 Targa), ma diviso longitudinalmente in due parti da un montante inserito tra roll-bar e parabrezza in modo da garantire una maggiore rigidità strutturale. Sotto questa veste si nascondeva il telaio progettato da Arkus-Duntov cinque anni prima per la C2, cosa che la dice tutta sull’eccezionalità del lavoro svolto all’epoca dal geniale ingegnere belga. L’ampia disponibilità di motorizzazioni fece sì che la Corvette avesse una sorta di doppia personalità: una sportiva raffinata, ma non velocissima con i V8 meno potenti, un bolide difficile da domare, riservato ad una ristretta cerchia di guidatori appassionati ed esperti che possono permettersi il lusso di sfruttarla appieno in determinate occasioni, con i propulsori più potenti.

Pace-Car alla Indy 500

Una delle tante espressioni della grande passione per la Corvette era rappresentata dalla serie speciale Indy 500 Pace-Car Replica, proposta celebrare in occasione del venticinquesimo anniversario della granturismo americana, l’abbinamento con la 500 Miglia dell’Indiana dove Corvette fu utilizzata per la prima volta come “pace car” (guidata dall’ex-pilota americano Jim Rathmann, vincitore nel 1960 nel catino dell’Indiana). Il programma iniziale prevedeva la realizzazione di 2.500 Corvette (100 per ogni anno di produzione) con carrozzeria bicolore. Poi però si decise che ognuno dei 6.200 concessionari Chevrolet dovesse averne una in esposizione. Anzi, qualcuna di più visto che alla fine questa serie speciale trovò 6.502 acquirenti.

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