L’inizio di un’era: dai primi Incidenti ai primi test.
All’inizio del Novecento la sicurezza automobilistica era un concetto inesistente. Le auto venivano costruite per essere veloci, potenti e resistenti, ma nessuno pensava agli effetti di un impatto sul conducente o sui passeggeri. Fu solo con il boom della motorizzazione ed il conseguente aumento degli incidenti che l’attenzione si spostò sulla protezione delle persone a bordo. Nel 1954, General Motors realizzò il primo crash test documentato, lanciando una Buick contro un muro per analizzarne la deformazione. Quel momento segnò la nascita di un nuovo approccio alla progettazione dei veicoli, ponendo le basi per la sicurezza moderna.
Dai crash test artigianali alle normative internazionali
Negli Anni ’60 l’aumento delle vittime della strada spinse governi e industrie a studiare soluzioni per ridurre i danni da impatto. La nascita della National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA) negli Stati Uniti portò all’introduzione delle prime normative per i test di sicurezza. Le Case automobilistiche iniziarono a effettuare crash test più rigorosi ed a sviluppare manichini antropomorfi, come il celebre Hybrid I, in grado di simulare il comportamento del corpo umano durante un impatto. Da semplici prove di resistenza della carrozzeria, i test si trasformarono in strumenti essenziali per valutare la protezione degli occupanti.
Dalla rigidezza alla deformazione programmata

All’inizio l’idea di un’auto sicura era legata alla robustezza della scocca. Tuttavia i primi test dimostrarono che una struttura troppo rigida trasferiva tutta l’energia dell’impatto ai passeggeri, causando ferite gravissime. Negli Anni ’70 e ’80, marchi come Volvo e Mercedes rivoluzionarono il settore introducendo le zone a deformazione programmata. Queste aree della carrozzeria si accartocciano in modo controllato durante un impatto, assorbendo l’energia dell’urto e proteggendo l’abitacolo.
Se prendiamo in esame questa formula: F= v m / t, un caso particolare della formula della quantità di moto, dove F è la forza media d’impatto; v è la velocità iniziale; m è la massa del veicolo e t il tempo della collisione, la sua durata, senza fare nessun calcolo, vediamo che prolungando il tempo della collisione diminuirà la forza media dell’impatto. Un esempio per capire meglio. Se si fa un salto, da una prefissata altezza, prima su una superficie rigida e successivamente su una superficie elastica si nota che nel secondo caso si allunga il tempo dell’impatto. Si sente che le gambe sono sottoposte ad una forza d’impatto mediamente minore.
Da sottolineare poi che un ulteriore contributo alla sicurezza è arrivato anche dall’evoluzione degli interni delle auto, ripensati con l’introduzione di cinture di sicurezza avanzate, airbag e materiali più morbidi per ridurre il rischio di traumi.
Simulazioni, AI e biomeccanica
Negli ultimi decenni, la tecnologia ha rivoluzionato il modo in cui sono condotti i crash test. L’uso di simulazioni al computer ha permesso di analizzare centinaia di scenari diversi prima ancora di costruire un prototipo fisico. Software avanzati e intelligenza artificiale sono in grado di prevedere l’effetto di un impatto con estrema precisione, consentendo di ottimizzare la progettazione già nelle fasi iniziali. I manichini da crash test sono diventati sempre più sofisticati, con sensori in grado di raccogliere dati su decine di punti del corpo umano, mentre la biomeccanica ha permesso di sviluppare modelli digitali ancora più realistici.
Verso un mondo senza Incidenti?
I crash test hanno rivoluzionato il modo in cui le auto vengono progettate, trasformando la sicurezza da un optional a una priorità assoluta. Grazie ai progressi tecnologici e all’impegno delle Case automobilistiche, le strade stanno diventando sempre più sicure, sia per chi è a bordo sia per chi cammina o pedala. L’obiettivo finale è quello di arrivare a un futuro in cui gli incidenti siano ridotti al minimo, fino a diventare un ricordo del passato.
