C’è anche una sportiva Amilcar al Museo Storico della Motorizzazione Militare, inaugurato 70 anni fa alle porte di Roma.
Motorizzazione Militare, così si chiama il museo della Cecchignola, aperto 70 anni fa nel 1955… ma anche della passione a quattro ruote – diremmo noi – una passione non esibita, ma piacevolmente tangibile, come dimostra il crescente numero carrozze e di soprattutto di automobili civili, non solo utilizzate da re e da presidenti della Repubblica.
A pochi passi da carri armati, autoblindo, autocarri ed autoambulanze del tempo che fu, si possono ammirare anche comunissime Lancia Appia ed Aprilia degli Anni Cinquanta, così come FIAT 1100 e Multipla del decennio seguente. Tanto per citarne alcuna. E perfino qualche sportiva come una rara Amilcar Sport CGS del 1927, una piccola spider con motore di 1.074 cc da 82 CV che le permetteva di raggiungere i 120 km/h.
Chi era Amilcar ?
Le origini di Amilcar risalgono al 1921 quando, a Saint Denis. In Francia, fu fondata la Société Nouvelle pour l’Automobile Amilcar (nome che deriva dalla fusione e dall’anagramma, con qualche forzatura, dei cognomi dei due principali fondatori, Josep Lamy ed Émile Akar). Alla parteciparono però anche André Morel ed Edmond Moyet.
L’anno seguente fu presentata la prima vettura, la CC, un autociclo che riscosse un discreto successo, soprattutto grazie alle sue doti sportiveggianti che le permisero di brillare in diverse competizioni e di far conoscere il marchio al pubblico, che delle Amilcar cominciò ad apprezzare l’ottimo rapporto qualità/prezzo.
Valvole in testa
Accanto a modelli dalla meccanica convenzionale ne furono proposti alcuni dotati di soluzioni adottate all’epoca solo da poche Case, come la distribuzione a valvole in testa. Nacque così la CGS che contribuì a mantenere alta la fama sportiva che accompagnava il costruttore francese
Sulla spinta della vittoria di classe ottenuta alla Targa Florio del 1924 da Domenico Gamboni al volante di una francese Amilcar 7 HP, l’anno seguente la Compagnia Generale Automobili (CGA) di Roma diede vita alla Amilcar Italiana. L’obiettivo era quello di sfruttare il successo delle cyclecar francesi, frutto della loro partecipazione alle competizioni automobilistiche e del favorevole regime fiscale, per assemblarle in un impianto di Lecco, risparmiando così anche sui dazi doganali.
Un paio di anni dopo, nel 1927, visti i successi commerciali e sportivi ottenuti dalla CGA, un gruppo di finanziatori decise di rilevare la licenza Amilcar da Meo Costantini ed Eugenio Silvani. A Verona nacque così la Società Industriale Lombardo Veneta Automobili (SILVA) che continuerà a produrre per un altro paio d’anni le Amilcar sul territorio italiano.
6 cilindri bialbero per Amilcar C6
Nel 1926 vide la luce unna nuova sportiva, più grande e potente, la C6 equipaggiata con un 6 cilindri bialbero di 1.094 cc con compressore da circa 85 CV. La produzione Amilcar non si limitò solo alle vetturette sportive, ma si estese a vetture a vocazione familiare e da turismo, come per esempio le Type R e la Type Le perfino con motori a 8 cilindri
Negli Anni Trenta la produzione proseguì in modo ridotto fino a quando a Amilcar fu prima rilevata dalla Hotchkiss (1937) e quindi cessò definitivamente
(1939).
